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"Il morbo di Haggard" di Patrick McGrath
copertina del libroLondra, 1940. Mentre nel cielo incrociano gli Spitfire e i Messerschmitt di Göring, il dottor Haggard riceve la visita di James Vaughan, un giovane aviatore che gli si presenta con una frase letale: «Penso che lei abbia conosciuto mia madre». Strappato di colpo alle sue fiale di morfina e al culto feticistico di una donna perduta per sempre, Haggard intraprende una lunga, tormentosa confessione, raccontando per la prima volta la vicenda che tre anni prima ha distrutto la sua vita. Ma nel ricostruire il décor e le atmosfere di un amore feroce e claustrofobico, tutto consumato fra stanze in penombra, strade immerse nella nebbia, teatri d’anatomia popolati dai fantasmi di un’ossessione, Haggard si rende conto di avere ancora una volta liberato una forza oscura e terribile, una forza che ora lo spinge irresistibilmente verso il ragazzo e che l’inquietante somiglianza fra questi e sua madre non basta a spiegare. Ed è come se le pagine di questo intenso romanzo fossero avvolte dall’aura di un morbo senza nome – lo stesso che (forse) abita nell’amore e che sembra trasformare Vaughan in qualcos’altro e noi nei voyeur della sua trasformazione.
(source: adelphi)


Il protagonista e narratore de "Il morbo di Haggard", Edward Haggard, è un personaggio a mio parere ben costruito, ma è anche una persona che definirei quantomeno riprovevole, un uomo patetico e miserabile, che ama atteggiarsi ad eroe romantico e pensare a sé stesso come un'anima nobile, ma che è, in verità, tutt'altro che nobile e tutt'altro che un eroe.
È un personaggio che credo non sia pensato per essere amato, né per piacere, ma piuttosto per incarnare una persona mediocre, a tratti meschina, che vive incolpando il resto del mondo per la sua miseria e si crogiola in essa quasi con compiacimento, facendo più o meno consapevolmente le scelte per lui più sbagliate e costringendosi a subirne le conseguenze, come convinto che il tormento sia l'unico modo possibile per elevare il proprio animo.
Il suo amore per Fanny Vaughan, donna sposata con un suo collega, è ossessivo, morboso e disperato, e come Edward, patetico e malsano. Questo libro è la storia di questo amore, nato come passione proibita e distorto da Haggard in qualcosa di disgustoso e abietto, lontanissimo da quello che dovrebbe essere l'amore per quanto egli lo veda come tale. Haggard non è un uomo violento o cattivo, ed è questa la cosa peggiore, perché la sua depravazione, la sua malattia, è qualcosa che esiste e si sviluppa solo dentro di lui, per lo più senza che nessuno intorno a lui riesca ad capire che ha un problema e, se qualcuno lo capisce, non è capace di dire quale sia. Haggard è una persona come forse ne abbiamo incontrate tante nella vita, apparentemente innocue, magari un po' tristi, magari leggermente sgradevoli anche se non sapremmo dire perché e il disgusto, il compatimento per lui ci vengono concessi soltanto dall'accesso incensurato ai suoi pensieri, che lo svelano al lettore nella sua altrimenti segreta interiorità.
Durante la lettura ho avuto il "piacere" di seguire i pensieri forse un po' ridondanti di un uomo che non posso che definire malato, e attraverso di essi scoprire, con un misto di pena e fascino, della sua immensa solitudine, del suo rapporto con la donna che, a modo suo, amava e del suo tentativo di esorcizzare la sua perdita provando a ritrovarla in James Vaughan, suo figlio. Sullo sfondo l'Inghilterra alla vigilia e poi durante la Seconda Guerra Mondiale, il cui clima sembra trasformarsi e precipitare in maniera tragica allo stesso ritmo della vicenda interiore di Haggard.
"Il morbo di Haggard" è un romanzo morboso proprio come il titolo suggerisce, proprio come è il suo protagonista e narratore, e sebbene abbia personaggi che sono per lo più persone meschine e sgradevoli per cui ho avuto difficoltà a provare empatia, credo che sia proprio questo il suo punto forte.

June 2019

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